PALERMO, 28 marzo 2003
CONVEGNO AN SUL TEMA:
SICILIA SICURA
IDEE IN AZIONE PER LA LEGALITÀ
Ringrazio La Presidenza Nazionale ed il Gruppo Parlamentare alla Camera dei Deputati di Alleanza Nazionale e in particolare gli onorevoli Cristaldi e Cannella per avermi offerto l’opportunità di intervenire a questo convegno vertente sul tema SICILIA SICURA – IDEE IN AZIONE PER LA LEGALITÀ
Oramai è da oltre un decennio, dai tempi della privatizzazione del nostro rapporto di lavoro, introdotta con il decreto legislativo 29/93, che tutti noi lavoratori dei corpi e servizi di Polizia Municipale e Provinciale sentiamo fortissima l’esigenza di un cambiamento radicale del nostro ordinamento professionale, così come disciplinato dalla legge 65 del 7 marzo 1986 e dal contratto nazionale di lavoro.
Noi viviamo sulla nostra pelle una insostenibile situazione di ambiguità istituzionale.
Infatti, in base al vigente ordinamento costituzionale, così come disegnato dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, lo Stato è titolare in via esclusiva dell’ordine e della sicurezza pubblica. All’Ente Locale non è riconosciuta alcuna funzione di polizia, se non quella di “polizia amministrativa locale”. Che è quanto di più nebuloso e incomprensibile, atteso che per “polizia amministrativa” si dovrebbe intendere tutto ciò che non è “giudiziaria”, quindi anche la sicurezza o ordine pubblico, come recitavano i manuali di diritto amministrativo di una volta.
Ma per il legislatore sia della legge 121 del 1981, che per quello costituzionale della riforma del Titolo V di cui alla legge costituzionale n. 3 del 2001 la Polizia Locale non è “forza dell’ordine”. Anche se lo è, eccome se lo è, per la società reale e nell’intima considerazione di ogni suo appartenente.
Risultati immediati di questa esclusione sono la totale assenza dei corpi e servizi di Polizia Locale, dall’elenco delle “Forze di polizia” di cui all’art. 16 della legge 121/81, ed un contratto di lavoro di tipo privatistico non solo privo di qualsiasi riferimento alla nostra specificità professionale, ma in stridente contrasto con la funzione prevalentemente pubblica che svolgiamo e che imporrebbe, invece, una particolare tutela per i compiti assegnatici in difesa della legalità e per la sicurezza delle comunità locali dalle quali dipendiamo.
Un contratto di lavoro che ci obbliga a convivere, contrattualmente parlando, in modo indistinto con gli altri dipendenti, amministrativi o tecnici, posti in ogni caso al riparo dalle insidie del fronte della strada e dai rischi di una pubblica funzione che ci obbliga ad intervenire in ogni caso di violazione della legge o di pubblico o privato infortunio.
Penso alle norme di accesso, ai criteri selettivi per le progressioni verticali ed orizzontali, ai provvedimenti disciplinari, alle malattie professionali, alle defatiganti trattative per avere assicurati i pagamenti per le prestazioni contrattuali demandati all’alea di una contrattazione decentrata che ci costringe ad assumere posizioni di persistente e diffusa conflittualità, sia con gli altri dipendenti comunali che con gli amministratori i quali pretenderebbero dal proprio personale di polizia l’assolvimento di tutti i servizi a prescindere dalla possibilità o meno di retribuirli con il cosiddetto salario accessorio, le cui risorse sono prelevate da un fondo comune a tutti i lavoratori dell’ente.
Un contratto privatistico, in definitiva, funzionale al mantenimento di una pseudo forza di polizia troppo a buon mercato sia in termini di riconoscimenti salariali che previdenziali ed assicurativi.
Eppure non può non riconoscersi la valenza prevalentemente pubblica della nostra attività professionale. Ricordo le funzioni di controllo e di repressione in materia di reati contro il territorio e l’ambiente, di sicurezza stradale, di tutela del consumatore nelle attività commerciali e di ricettività sociale, di annona, di igiene e di tutte le altre attività di controllo e di contrasto che ogni giorno siamo chiamati a svolgere nelle sempre più difficili e pericolose realtà urbane, grandi o piccole che siano.
Una situazione complessiva certamente inadeguata e deprimente per una categoria di lavoratori disciplinati da una legge inadeguata alla realtà sociale degli attuali enti locali nati dalla riforma nel frattempo intervenuta sia per quanto riguarda il sistema di elezione dei sindaci e delle potestà loro attribuite; soprattutto in materia di organizzazione degli uffici e del personale comunale.
I sindaci eletti con il suffragio universale sulla base di un programma – impegno solenne – contratto con gli elettori, dove la sicurezza e le condizioni di vivibilità della propria comunità hanno un ruolo certamente di primissimo piano. E non c’è sicurezza o vivibilità che tengano senza che non vi sia compiutamente coinvolta la Polizia Locale.
Per queste ragioni, ma per tante altre che non è il caso di elencare in questo momento, la categoria avverte forte l’esigenza di una vera svolta. Una svolta epocale per la nuova Polizia Locale sorta dalle ceneri degli attuali corpi e servizi di Polizia Municipale e Provinciale.
On. Ascierto, lei il 22 febbraio del 2001, poco meno di un mese prima della conclusione della XIII Legislatura, in I Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, nel non approvare il trasferimento in sede legislativa del testo unificato delle proposte di legge N. 3962 e abbinate, si è assunto una grande responsabilità verso la storia della polizia degli enti locali e verso i suoi appartenenti.
Quel testo, obiettivamente, non era granché ed era stato per giunta ampiamente manipolato rispetto, a quello che la Presidente della Commissione ed il Relatore ci presentarono, a noi esponenti delle organizzazioni sindacali di categoria il 1 febbraio antecedente.
Certamente non era la legge che la categoria si aspettava dopo cinque anni trascorsi a lottare e a sperare, ricordo le due grandi manifestazioni di piazza tenutesi a Roma il 25 giugno 1998 ed il 15 novembre 2000.
Ma era pur sempre qualcosa rispetto al niente che avevamo in quel momento ed al niente che ci siamo ritrovati dopo.
Poteva essere un punto di partenza, comunque più favorevole, per la riforma che questa Maggioranza e questo Governo ci hanno solennemente promesso.
Lei allora si impegnò con la Categoria intera che avrebbe fatto di tutto, nel corso della presente Legislatura, per fare approvare una legge più consona alle aspettative dei 60.000 addetti di Polizia Locale. Impegno che ha ribadito in occasione dell’ultima manifestazione nazionale dell’otto ottobre scorso con il presidio effettuato da migliaia di lavoratori in divisa davanti a Montecitorio.
Abbiamo letto con grande attenzione la sua proposta di legge di modifica dell’ordinamento della Polizia Locale. Proposta che porta la firma anche dal presidente del Gruppo parlamentare alla Camera dei deputati, On. La Russa e della quale ne è relatore l’On. Cristaldi. Del quale ci è ben nitido il ricordo del suo impegno profuso nell’Assemblea regionale siciliana quando si trattò di approvare la legge regionale 17 del 1 agosto 90.
Legge che con orgoglio consideriamo la migliore in assoluto fra tutte le leggi regionali approvate nel corso degli anni 90.
Siamo, nel complesso, sinceramente fiduciosi per gli spunti indubbiamente positivi che la proposta Ascierto La Russa contiene, sia in termini qualitativi per la funzione di Polizia Locale attribuita agli enti locali, e quindi per gli operatori degli attuali corpi e servizi di Polizia Municipale e Provinciale che non potranno che esserne i destinatari naturali, sia in termini di riconoscimento di quegli istituti giuridici, previdenziali, economici e contrattuali - con la rappresentatività sindacale ed il conseguente potere negoziale diretto affidato ai suoi sindacati di categoria.
Cito, in particolare, l’art. 9 disciplinante lo stato giuridico degli appartenenti ai corpi e all’inserimento di questi fra le forze di polizia elencate nell’art. 16 della legge 121/81.
Sta proprio in questo riconoscimento la chiave di volta - e di svolta - per tutta la nuova Polizia Locale, assolutamente inedita rispetto al presente.
Però, mentre aspettiamo che questo testo diventi legge dello Stato che si fa?
Oggi viviamo un momento importantissimo per la categoria, il rinnovo del contratto nazionale di lavoro.
Siamo sinceramente preoccupati perché dalle linee guida informali che la stessa Aran ha fatto circolare non abbiamo visto niente che riconosca la nostra specificità professionale. Quella stessa specificità che in negativo provoca quel vero e proprio, inarrestabile, esodo dai corpi e servizi di polizia municipale e provinciale vero i più comodi uffici delle amministrazioni locali.
Ed allora osiamo chiedere, e proprio da Palermo, da oggi, ne faremo oggetto di rivendicazione nazionale, un provvedimento legislativo d’urgenza che obblighi l’Aran e le associazioni degli enti locali da essa rappresentate: ANCI e UPI a negoziare separatamente e con le organizzazioni di categoria il contratto di lavoro degli addetti della Polizia degli enti locali.
È stato fatto quest’estate, con una semplice direttiva del Governo, per altri lavoratori del pubblico impiego, sarebbe una questione di giustizia farlo per i 60.000 addetti ai corpi e servizi di polizia degli enti locali.
Signori amministratori e legislatori, ci aspettiamo che
ognuno di voi faccia la sua parte. Noi, sindacati di categoria e lavoratori
siamo pronti a fare la nostra sia sostenendovi se porterete avanti le nostre
rivendicazioni, ma anche a denunciare in maniera forte e chiara alla categoria
ogni inerzia e ogni dimenticanza. Se necessario siamo già pronti a tornare
nuovamente a Roma, in massa ed in divisa, per manifestare la nostra delusione
ed il nostro malessere.
Palermo,
28 marzo 2003
Rosario Palazzolo